Quando dico che in un intarsio non c’è un filo di colore dipinto, quasi nessuno ci crede. Allora faccio vedere il cassetto dei fogli. Ogni essenza ha già il suo colore, e il mestiere sta tutto nel sapere quale chiamare quando serve.
Acero
Chiaro, quasi bianco, con la fibra fine e regolare. È la luce: i cieli, i muri intonacati, la neve, i riflessi sull’acqua. Ne esiste una variante ondulata che sotto la luce sembra muoversi, e quella la tengo da parte per le cose importanti.
Noce
Il contrario: bruno, profondo, con venature che disegnano da sole. È l’ombra, la terra arata, i tronchi, i tetti in controluce. Un intarsio senza noce è un intarsio senza peso.
Ciliegio
Rosato quando è fresco, e con gli anni diventa sempre più caldo, verso il rame. Lo uso per i coppi dei tetti e per le strade di campagna. Bisogna sapere che scurirà: un quadro con molto ciliegio fra dieci anni sarà più bello di adesso.
Ulivo
Nervoso, pieno di righe scure che vanno dove vogliono loro. Non serve per le zone tranquille, serve dove ci vuole movimento: il fogliame, le rocce, il mare mosso. Un pezzo di ulivo messo nel punto sbagliato però si vede da lontano e rovina tutto.
Pero
Il più discreto dei cinque: colore uniforme, tra il rosa e il miele, senza venature che chiamino l’attenzione. È quello che uso quando una zona deve stare zitta e lasciar parlare le altre. Nei geometrici è insostituibile.
Il resto lo fa la pazienza
A volte compro un foglio e resta nel cassetto per anni, perché non è ancora arrivato il quadro giusto per lui. Poi un giorno serve proprio quella venatura lì, in quel punto, e non ce n’è un’altra al mondo uguale. È per questo che i quadri non si possono rifare identici: il legno non si ristampa.



